Percorso:

Secolo d’Italia – Occupazione femminile e differenziali retributivi

A fronte di una crescita costante dell’occupazione femminile, registratasi negli ultimi  quindici anni, si va evidenziando e rafforzando il divario territoriale. Il tasso di occupazione femminile nel Nord Italia supera quello del Mezzogiorno di oltre 24 punti percentuali; l’occupazione nel Mezzogiorno conserva caratteri permanenti di criticità, in generale ed in particolare per l’ingresso delle donne e dei giovani nel mercato del lavoro, per i  meno istruiti e per chi è alla ricerca del primo impiego.

Tendenzialmente si ingrossa – secondo le rilevazioni dell’Istat –  la quota di sottoccupazione femminile (ossia colore che hanno lavorato meno ore di quanto avrebbero voluto e potuto ) e si tratta di una sottoccupazione non occasionale (motivi legati al ciclo economico e alla stagionalità) ma strutturale (il numero di ore lavorate coincide con quello abituale), così come si consolida  il numero delle “inattive”, per effetto del cosiddetto  scoraggiamento o rinuncia a cercare lavoro. L’incidenza delle donne inattive in Italia risulta quasi doppia rispetto a quella maschile e rappresenta uno dei valori più alti di Europa.

La disoccupazione è, generalmente, di lunga durata (chi cerca un’occupazione da 12 mesi o più)  per tutti ma  se per gli uomini è del 3,8% ed arriva al 5,3% per le donne, nel Mezzogiorno sfiora l’8,2%.

Ed anche se – avverte, ancora,  l’Istat nei suoi Rapporti annuali –  si è modificato il modello di condivisione degli impegni familiari, il carico del cosiddetto lavoro di cura e familiare continua a  gravare in misura maggioritaria (oltre il 70%) sulle donne. E ancora, più chiaramente,aumenta la partecipazione degli uomini al lavoro familiare, soprattutto se la donna lavora e se ha figli piccoli, ma si tratta di una tendenza, quella della condivisone dei carichi di lavoro familiare, che riduce lo squilibrio senza rappresentare, ancora, un’inversione sostanziale e strutturale.

Il cambiamento del modello di condivisone si sta modificando più lentamente di quanto non stia avvenendo sul piano delle strutture  e dei servizi offerti alle famiglie; e sebbene negli ultimi anni  si sia registrato un incremento dei servizi offerti dalle istituzioni pubbliche  e, parallelamente, sono aumentati anche i servizi privati  e le reti informali  “di aiuto”, resta evidente che non siamo in presenza di un radicale cambiamento nelle “prassi” di organizzazione quotidiana, né siamo in una situazione di welfare state realmente sussidiario e, come si definisce tecnicamente, di welfare community.

Nel 2007, il tasso di partecipazione femminile al lavoro, in Italia ha di poco superato il 46% (era 45,2% nel 2004) e tale percentuale si colloca al di sotto di circa dieci punti rispetto all’occupazione femminile  media UE  e situa il nostro Paese come  penultimo nella graduatoria europea, dopo la Grecia e prima di Malta.

Un altro aspetto meno conosciuto, anche se oggetto di molti studi di settore  e di ricerche di esperti, riguarda i cosiddetti differenziali retributivi e  salariali di genere. Il primo segnale è arrivato dagli Stati Uniti dove – secondo uno studio elaborato dal General Accounting Office le donne guadagnano meno rispetto ai colleghi uomini a parità di lavoro svolto; le donne americane – a parità di incarico e di carriera – percepiscono stipendi più bassi del 27% circa rispetto  agli uomini.

Il fenomeno della disparità di genere nelle retribuzioni è anche europeo ed è dovuto, in parte, ai processi di segmentazione del mercato del lavoro che favoriscono il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro in posti poco retribuiti e, in parte, alla sottostima riservata alle occupazioni tradizionalmente femminili. L’Unione Europea può vantare un notevole impegno sul fronte del raggiungimento della parità salariale – che è stata posta tra gli obiettivi dei Programmi di Azione Comunitaria, nell’asse per la parità di opportunità tra donne e uomini – ma nonostante gli sforzi compiuti il divario retributivo persiste. Le differenze retributive  riguardano tutti gli Stati Membri, con entità diverse nei rispettivi Paesi, sia nel settore manifatturiero che nel terziario, privato e pubblico.

Nel 2001, il Parlamento europeo è anche  intervenuto con una risoluzione sulla parità di retribuzione per lavoro di pari valore, in considerazione che – nonostante gli sforzi compiuti verso la realizzazione della parità retributiva – i differenziali salariali permangono. Lo scarto retributivo medio fra donne e uomini nell’Unione Europea è del 28% e pur considerando le differenze strutturali nel mercato del lavoro tra uomini e donne e tenendo sotto controllo le sue variabili quali l’età, l’istruzione, la professione ed il settore d’attività e, lo svolgimento delle carriere, le retribuzioni delle donne sono comunque mediamente inferiori del 15% a quelle degli uomini nell’Unione a 25 (del 16% nell’Europa dei Quindici, Fonte Eurostat). La Risoluzione considerava tale gap retributivo medio ascrivibile a meccanismi di “discriminazione di valore” nei casi di retribuzione ineguale per lavori di pari valore e, alle “discriminazioni dirette” nei casi di retribuzione ineguale a parità di lavoro, in cui si verifica una sottovalutazione delle peculiarità femminili nel processo di formazione delle retribuzioni. In quest’ottica si ritiene che il differenziale salariale possa essere ridotto intervenendo su più piani: migliorando lo status delle donne nel mercato del lavoro; riducendo le differenze strutturali di genere nel mondo del lavoro;  eliminando le discriminazioni in sede di formazione delle retribuzioni; fornendo strumenti di conciliazione tra la vita lavorativa e gli impegni del lavoro di cura familiare. Le indicazioni più recenti da parte della Comunità europea puntano – insomma – a correggere  le cosiddette  forme di segregazione orizzontale e verticale, tra uomini e donne sul mercato del lavoro che producono differenze retributive  in pari condizioni di lavoro e in lavori diversi ossia nei “settori femminili”.  E, in considerazione che i dati statistici a livello europeo sullo scarto retributivo sono incompleti,  gli Stati membri sono stata chiamati  – ed anche richiamati – a migliorare la raccolta dei dati ed a procedere nelle statistiche con disaggregazioni per genere e settore e, con indicatori non solo descrittivi ma anche interpretativi, quali – ad esempio – l’incidenza salariale della combinazione di lavoro extradomestico e vita familiare, l’incidenza dell’organizzazione del lavoro sulla struttura salariale delle donne.

Ma come si spiega il differenziale retributivo?  Il gap di retribuzione dipende in parte dal fatto che – in linea generale – nel mercato del lavoro gli uomini occupano posizioni più elevate di carriera  e sono maggiormente presenti nei comparti dove le retribuzioni sono più alte o più garantite. Ma  non è tutto, infatti, la spiegazione si trova anche e, forse, soprattutto in quella parte di cosiddetto “salario accessorio” e, lo scarto retributivo femminile si configura con un maggior numero di assenze, un minor numero di ore lavorate e di ore di straordinario – aspetti riconducibili agli obblighi familiari e di cura – nonché meno “premi  produttività” ed  altre voci assimilabili.

Anche in Italia – nonostante la legge n.903 del 9 dicembre 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro – le donne guadagnano meno dei colleghi uomini, anche a parità di titolo di studio, settore lavorativo e livello di qualifica e tale svantaggio, naturalmente, cresce con l’avanzare dell’età e della carriera.

E’ stato rilevato che il differenziale retributivo si va consolidando come una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano ed europeo e, benché,  lo squilibrio retributivo si sia ridotto progressivamente negli ultimi anni in parallelo con il costante aumento del tasso di lavoro femminile, i valori del dislivello  restano importanti. Il gap è più marcato nelle posizioni lavorative in cui il reddito medio è più elevato e nelle professioni più qualificate ma è molto alto anche nel settore operaio e terziario privato. E la discriminazione salariale si accentua nelle forme di lavoro atipiche, in cui le donne percepiscono salari più bassi e vivono una maggiore discontinuità dei profili lavorativi.

I dati mostrano anche che il dislivello salariale è intimamente legato all’età; intorno ai 35 anni, quando i carichi familiari diventano più pressanti (cura dei figli ed assistenza agli anziani), la componente femminile tende ad uscire dal mondo del lavoro o ad intraprendere forme di lavoro parziale.

Le differenze retributive  sono uno dei nodi di fondo del mercato del lavoro e benché sia questione più nota che veramente conosciuta, comincia ad accreditarsi sul fronte del dibattito politico europeo. Ed è presumibile, anche su quello italiano. Nonostante lo scetticismo di alcuni, su questa realtà socioeconomica, e nonostante le legittime perplessità di altri come quelle espresse, anche di recente, dalle colonne del quotidiano “Libero” e non solo lì.

Isabella Rauti

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