Percorso:

Conferenza dei Prefetti 2013

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Bozza non corretta dall’autore

Saluto il Ministro Alfano, le Autorità presenti, i Prefetti e tutti i partecipanti.
Tra le nuovissime frontiere della criminalità rientra l’uso distorsivo, come anticipato da altri relatori, delle nuove tecnologie delle reti informatiche.
Ieri, il Ministro Alfano nel suo intervento ha evidenziato come nella rete e nei social network esista un altissimo rischio di cybercriminalità e di cyberbullismo.
E’ evidente che nel mondo virtuale si confronta da un lato il diritto alla libertà, dall’altro il diritto alla sicurezza, nel loro incrocio la necessità di essere liberi dalla paura di navigare.
La rete è definibile come un “non luogo”, un mondo attraversato da tanti mondi e, tra questi, c’è anche il mondo della violenza verbale o dell’odio razzista, della misoginia, della violenza di genere, della pedopornografia. Nella rete è altissimo il rischio di essere sorvegliati, di essere molestati, di essere privati, attraverso un furto, della propria identità e di ricevere – naturalmente – molestie, ingiurie e offese. Questo, anche perché la disinibizione tipica dell’ambito virtuale e l’anonimato, favoriscono messaggi violenti, facilitano l’approccio tra le persone e annullano le distanze di contatto tra il violento e la sua vittima davanti ad una platea infinita di spettatori.
La violenza che si esercita nella rete è virtuale ma si può dare  appuntamento nel reale in un luogo fisico come spesso è accaduto e come molti casi di cronaca hanno restituito e proprio ad alcuni casi di cronaca voglio fare breve riferimento. Ci sono casi di cronaca drammatici ma, per fortuna, ci sono anche casi di cronaca che danno il segno della speranza. Ci dà speranza un’adolescente, Chiara, caduta in depressione perché vittima di cyber bullismo  che si rivolge alla Presidente della Camera. Chiede il suo aiuto e alla Camera si celebra il Seminario Internazionale e l’adesione alla campagna europea contro l’odio di genere. E poi sul tema c’è Giulia, 15 anni, che nei giorni scorsi ha lanciato un video su youtube, un appello all’interno dell’inchiesta di Repubblica chiedendo ai suoi cantanti preferiti di scrivere una canzone dedicata a sconfiggere il cyber bullismo; l’appello ha avuto riscontro ed è stata lanciata una petizione da change.org con tante adesioni. E, un altro segnale a mio avviso significativo nell’ambito della rete, l’ha sicuramente dato l’Associazione Women action and the media che ha lanciato un tamtam sulla rete, una campagna, con un hashtag #facebook rape – facebook stupro – ed è riuscita in poco tempo ad ottenere una presa di impegno da parte di facebook che ha promesso, anche naturalmente temendo un danno di carattere commerciale ed economico, di rivedere le linee guida e di darsi, come dire, delle lane di rispetto e di esclusione di immagini violente.
Poi, ci sono invece i casi di cronaca drammatici. Sono stati già citati all’inizio, in apertura dal vice Ministro Bubbico, e sono quelle parole offensive e irripetibili corse ieri proprio su facebook da parte di una esponente leghista all’indirizzo del Ministro per l’integrazione.
Ma c’è anche il caso di Carolina a cui si è già fatto riferimento, che è una vittima del cyber bullismo, la 14enne di Novara che si è tolta la vita perché un gruppo di amici suoi e, del suo ex fidanzato, ne hanno approfittato durante una festa e postato il video su facebook. La bambina si è tolta la vita. Ed oggi abbiamo 6 minorenni accusati di violenza sessuale di gruppo e di istigazione al suicidio, ed una adolescente suicida vittima del cyber bullismo, perché il cyber bullismo può uccidere e, fare più male del bullismo reale.  Gli adolescenti vivono in uno spazio più virtuale che reale,  sfuggente e difficile da controllare, in cui si immergono e si immergono per la prima volta senza il controllo di adulti, genitori ed insegnanti. E’ questo il primo impatto con la libertà e troppo spesso i nostri figli vengono lasciati soli di fronte al computer e al mondo virtuale al quale accedono. I risultati di una recente ricerca Ipsos commissionata da Save the Children (resi noti ora dalla rivista Salvagente), fanno un quadro impietoso del fenomeno; e quello che mi ha colpito è il filo rosso, la paura delle diversità scatena il bullismo, il cyber bullismo e la diversità etnica, la diversità dell’orientamento sessuale, la diversità della disabilità ma anche la diversità della bellezza. E si parla di branchi virtuali, di bullismo virtuale che fa più male di quello reale con tutti dati e cifre riportate a quantificare il fenomeno.
Penso che su questo fronte, su questa che è evidentemente una sfida, l’impegno delle forze dell’ordine si sia affinato enormemente nel corso del tempo, con tecniche di formazione sempre più sofisticate e con tecniche investigative sempre più aggiornate. E questa resta, comunque, veramente una nuova sfida! E’ stato già ricordato dall’onorevole Carfagna dell’impegno dell’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) che molte segnalazioni ha ricevuto e ha dovuto affrontare segnalazioni che provengono dai siti facebook e dai siti internet e, voglio, è stato già ricordato l’impegno su questa trincea perché tale può essere chiamata, della polizia postale che da oltre un decennio è impegnata su questo fronte con campagne di sensibilizzazione, di prevenzione dei rischi, campagne anche di educazione e di formazione, una campagna da ricordare “Buono a sapersi” in collaborazione con Google e con le scuole, che ha veramente ottenuto grandi risultati in questa sfida al cyber bullismo, all’hate speech, allo stalking, a tutte le forme di aggressione e di violenza che viaggiano in internet.
Credo che il profilo dell’impegno su questo versante non possa che essere europeo. L’Europa su questo molto si è impegnata, voglio anche citare il Centro Europeo per la lotta alla Criminalità Informatica, ma voglio anche citare la Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica che prevede anche, e questo mi permetto di sottolinearlo, l’estensione di protocolli addizionali. Ne è stato fatto uno che riguarda i reati legati al razzismo diciamo consumati in rete. Si potrebbe prevedere un protocollo aggiuntivo che riguardi le violenze di genere e il sessismo che corre sulla rete e tutte le forme legate alla misoginia e all’omofobia.
La tavola rotonda di oggi, ci chiede anche delle risposte possibili rispetto a nuove anzi nuovissime abbiamo detto frontiere della criminalità. E’ una sfida, e la sfida a mio avviso, lo voglio dire con equilibrio e prudenza, ci richiama anche alla necessità di introdurre alcune misure, non dico restrittive ma sicuramente alcune misure nella rete. Misure che facciano convivere la libertà di navigare riducendo però al minimo i rischi per la navigazione e soprattutto tutelando il diritto alla sicurezza e i diritti umani online, tema di cui si parla troppo poco e che è il risvolto del reale.
E se la violenza sulle donne esprime le disuguaglianze di ordine sociale e le discriminazioni di genere, nell’ambito online assistiamo, spesso passivamente, all’amplificazione di forme di discriminazione, di disuguaglianza, di stereotipi di genere e di ogni forma di pregiudizio. E’ come se tutte le contraddizioni, nel mondo online scoppiassero senza misura.
Dobbiamo, in questo senso, anche affrontare il ruolo dei providers. C’è una legge del 2003 ma ci sono anche alcune sentenze successive che hanno rafforzato un concetto per il quale i providers non siano responsabili dei contenuti diffusi in rete. Forse, questo è un punto dal quale partire per una riflessione e anche per ideare leggi specifiche e – come ha detto anche il Ministro Cancellieri -, bisogna arrivare a una volontà internazionale condivisa nel legiferare ed avere collaborazione anche da parte di quei Paesi che non sempre sono disposti ad impegnarsi su questo versante.
Bisogna farlo secondo quello che il Capo dello Stato ha definito già ieri un impegno d’insieme della politica, della società civile e delle associazioni. Aggiungo in conclusione, che è necessario, in questa riflessione introdurre un punto di vista di genere nelle discussioni sulla necessaria regolamentazione dei contenuti di internet e, un punto di vista di genere, quello che si chiama in termini tecnici mainstreaming per combattere le disuguaglianze di genere e le violenze legate al sesso; il sessismo che viaggia lungo la rete. Noi dobbiamo introdurre anche in questa riflessione una prospettiva di genere, un concetto di parità sostanziale e sociale tra uomo e donna, perché quello normativo è garantito. E io penso che sia necessario anche insistere molto nell’incoraggiare un uso di un linguaggio non sessista e non violento. Dobbiamo investire sulla promozione, la formazione, l’educazione, la sensibilizzazione a una battaglia culturale che anche io voglio definire come il relatore Minniti una battaglia di civiltà contro stereotipi e pregiudizi.
La Convenzione di Istanbul ha specificatamente introdotto nell’articolato del trattato un riferimento al settore della tecnologia e dell’informatica e di media invitando, impegnando anzi, gli Stati firmatari a sviluppare politiche di prevenzione contro la violenza contro le donne, ad affermare il rispetto della dignità della persona e ad imporre, appunto linee guida e norme di autoregolamentazione. E allora è evidente, lo abbiamo detto tutti e mi aggiungo anche io, che è una sfida culturale che deve essere all’origine di questa riflessione di sistema con più strumenti e con più protagonisti coinvolti, una sfida culturale ma anche una sfida educativa e di quella che dovremmo ritornare a chiamare educazione sentimentale, educazione ai sentimenti ed al rispetto delle differenze intese come ricchezza e non come minaccia.

[Fonte: SKY TG24]

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