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osservatorioartico.it – Gli occhi della diplomazia sulle dinamiche dell’Artico

Si chiude oggi la prima edizione italiana dell’Arctic Circle Forum, evento promosso da MUR, CNR e Farnesina. Oltre 500 delegati per mettere a fuoco le dinamiche politiche e scientifiche.

A Nord di Roma

Nella raccolta di racconti di John Fante (West of Rome), l’alias dello scrittore si trova in un guado esistenziale, a cavallo tra una vita piena e un futuro incerto. Mutuando titolo e temi, l’Artico si trova a vivere un momento storico analogo, completamente differente rispetto al passato, ma soprattutto carico di responsabilità, rischi e preoccupazioni. L’Artico non è più una periferia remota, ma un baricentro strategico che connette il destino del Mediterraneo a quello del Grande Nord.

Si è chiuso oggi a Roma, presso la sede del Cnr, l’Arctic Circle Rome Forum – Polar Dialogue, la prima edizione italiana del più prestigioso network internazionale dedicato alle regioni polari. Oltre 500 delegati da 40 Paesi si sono riuniti in un momento storico delicatissimo, segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dai nuovi assetti geopolitici che riportano i ghiacci al centro delle mire delle grandi potenze.

Il Forum ha sancito il ruolo dell’Italia come “partner riconosciuto della famiglia artica”. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato la necessità di consolidare l’asse nord-sud del continente, integrando ricerca e sicurezza nazionale. Una visione condivisa dalla Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha definito il summit “la dimostrazione del valore della ricerca polare italiana, protagonista da 50 anni”. L’urgenza del confronto è dettata dai dati: Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr, ha avvertito che il 2025 ha segnato nuovi record negativi per i ghiacci marini. “Entro pochi decenni l’Artico potrebbe diventare un mare blu in estate”, ha dichiarato, con effetti a catena su clima ed ecosistemi globali.

Il mare al centro

Per Ólafur Ragnar Grímsson, Presidente di Arctic Circle, il Forum di Roma arriva in un “momento storico” in cui la scienza deve farsi diplomazia. Un concetto ribadito dal Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, che ha descritto l’Artico come “uno scenario in cui si intrecciano interessi globali confliggenti”, dove la stabilità deve poggiare sul rispetto del diritto internazionale. Temi striscianti in tutti i panel, anche negli aspetti più scientifici, con Russia e Cina a interpretare i convitati di pietra del momento. Al centro del dibattito, il mare.

Tra le proposte di cui anche Osservatorio Artico è stato protagonista nella tre giorni di incontri, la tavola rotonda sulla navigazione e la cantieristica navale green ha acceso i riflettori sulla sostenibilità delle nuove rotte commerciali. Nonostante l’interesse di Mosca e Pechino, che hanno investito oltre 25 miliardi di dollari nell’ultimo ventennio, l’industria marittima occidentale frena. “La rotta marittima di nord-est è contraria a qualunque logica e all’ambiente“, ha ammonito Alberto Rossi, Segretario Generale di Assarmatori. Secondo Rossi, la Northern Sea Route non può sostituire le direttrici attuali verso l’Europa: pesano l’assenza di coordinamento nelle operazioni di Search & Rescue e l’altissimo rischio ambientale in caso di incidenti in aree così vulnerabili.

Dalla Cina all’Europa

A rafforzare questa visione critica è intervenuto Marco Volpe, esperto di Cina presso l’Università della Lapponia e responsabile del Desk Cina di Osservatorio Artico, ricordando come il legame energetico tra Mosca e Pechino (che assorbe buona parte degli idrocarburi estratti al di sopra del Circolo Polare) sia solo la prima fase di un piano di espansione economica che però deve fare i conti con le sanzioni e la crisi ucraina. Sul fronte tecnologico, Jihoon Jeong (KoARC) ha tuttavia evidenziato come la ricerca coreana stia già lavorando a scafi “green” capaci di resistere a temperature estreme, cercando di mitigare l’impatto chimico delle vernici e le emissioni di black carbon.

Alessandro Panaro (SRM – Intesa Sanpaolo) ha delineato uno scenario d’allarme: l’Italia, che oggi presidia il 15% del mercato portuale europeo, vede nello spostamento dei traffici verso il Polo una minaccia diretta alla propria rilevanza. Con il 10-15% del nostro interscambio legato allo stretto di Hormuz, è la stabilità di Suez a garantire la sopravvivenza degli scali nazionali. In un settore dove le portacontainer sono cresciute dell’82% in vent’anni, il bypass polare punterebbe il dito contro le nostre inefficienze: “In Italia una nave dry bulk resta ferma in media tre giorni e mezzo, contro il singolo giorno dei porti olandesi“, ha spiegato Panaro. Un divario di due giorni e mezzo che, in caso di apertura di rotte alternative, renderebbe la nostra posizione geografica del tutto irrilevante.

Leonardo Parigi

[Fonte: www.osservatorioartico.it]

Questa voce è stata pubblicata in Rassegna stampa, Rassegna stampa - Sottosegretario alla Difesa.