Percorso:

92ª Seduta Pubblica – Question Time. Fratelli d’Italia interroga il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sulla titolarità delle riserve auree italiane detenute dalla Banca d’Italia

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RESOCONTO STENOGRAFICO

PRESIDENTE. Colleghi, a me non piace mai interrompere, però il tempo è stato sforato abbondantemente, e devo dire da parte di tutti. Quindi vi pregherei di attenervi ai tempi perché c’è una diretta televisiva.
La senatrice Rauti ha facoltà di illustrare l’interrogazione 3-00622 sulla titolarità delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia, per tre minuti.

RAUTI (FdI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, l’Italia è il terzo Stato al mondo per consistenza di riserve auree, dopo gli Stati Uniti e la Germania, con 2.452 tonnellate d’oro, pari oggi ad una somma di circa 100 miliardi di euro. Le riserve auree italiane sono dunque fra le più cospicue al mondo e sono custodite prevalentemente nei caveau della Banca d’Italia, e in parte all’estero presso alcune banche centrali.


Le riserve auree hanno da sempre svolto una funzione essenziale e di garanzia dell’indipendenza e della sovranità del popolo italiano. Sulla base di studi di eminenti costituzionalisti, l’analisi della normativa vigente induce a ritenere che si tratti di beni pubblici di natura quasi demaniale destinati ad uso di utilità generale.
Si consideri che l’articolo 127, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che tra i compiti da assolvere tramite il Sistema europeo di banche centrali vi siano la detenzione e la gestione delle riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri, evidenziando nessuna supponibile ingerenza circa la proprietà e il titolo in forza del quale le banche centrali nazionali detengono tali riserve, ivi comprese quelle auree, lasciando così sul campo del diritto domestico la determinazione della questione.
Se ciò è vero, le norme relative all’attività di gestione devono interpretarsi nel senso che la Banca d’Italia gestisce e detiene, ad esclusivo titolo di deposito – lo sottolineo -, le riserve auree, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve, comprese quelle detenute all’estero. Allora, un’esplicita specificazione sulla proprietà dell’oro in questione in capo allo Stato italiano si rende necessaria, vista e considerata la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni in conseguenza dei numerosi interventi legislativi.
Il Gruppo Fratelli d’Italia chiede da tempo il pronunciamento chiaro e definitivo sulla titolarità delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia. L’argomento è divenuto, peraltro, estremamente attuale in considerazione anche delle recenti dichiarazioni di esponenti istituzionali della Banca d’Italia e rappresentanti autorevoli della maggioranza di Governo.
Atteso che Fratelli d’Italia ritiene che le riserve auree non possano essere utilizzate per coprire esigenze di bilancio, ma debbano rimanere quale riserva a garanzia della solidità del patrimonio nazionale, chiediamo di sapere, alla luce di quanto esposto, quale sia la posizione del Governo riguardo alla proprietà delle riserve auree italiane e se si intenda affermare in modo chiaro e inequivocabile che esse appartengono al popolo e allo Stato italiano e non alla Banca d’Italia. (Applausi dal Gruppo FdI).

PRESIDENTE. Il presidente del Consiglio dei ministri, professor Conte, ha facoltà di rispondere all’interrogazione testé illustrata.

CONTE, presidente del Consiglio dei ministri. Gentile senatrice, in relazione alla questione da lei posta, segnalo che le riserve auree sono sempre state in verità iscritte all’attivo della situazione patrimoniale della Banca d’Italia e che tra le operazioni di sua pertinenza sono sempre rientrate l’acquisto e la vendita di oro e di valute auree.
Anche dopo il superamento del gold standard, le Banche centrali hanno continuato a possedere riserve auree al fine di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario e della moneta e di diversificare il valore delle loro attività di riserva per mantenerne equilibrato il valore.
Con il Trattato di Maastricht, per volontà degli Stati contraenti, sono state trasferite in maniera esclusiva all’Unione europea le competenze sovrane in materia di politica monetaria (è cosa nota, evidentemente). Di conseguenza, la detenzione e la gestione delle riserve valutarie, tra cui quelle auree, rientra ora tra i compiti fondamentali dell’eurosistema, composto dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali degli Stati dell’area dell’euro. Le riserve auree nelle disponibilità delle Banche centrali nazionali possono essere utilizzate, oltre che per interventi sul mercato dei cambi, anche per adempiere agli impegni nei confronti di organismi finanziari internazionali o per espletare il servizio di debito in valuta del Tesoro.
Non sembra possibile, inoltre, che le riserve auree possano essere rivendicate dai partecipanti al capitale di Banca d’Italia, i cui diritti patrimoniali, come è noto, sono limitati al valore del capitale e agli utili netti annuali. Le Banche centrali nazionali debbono poter esercitare il loro potere di detenzione e gestione delle riserve in piena indipendenza; le autorità nazionali, legislative e di Governo, sono tenute al rispetto dell’indipendenza della BCE e delle Banche centrali nazionali, ai sensi dei trattati europei sottoscritti dagli Stati contraenti. Sotto il profilo dell’indipendenza istituzionale, le Banche centrali nazionali non possono essere destinatarie di prescrizioni vincolanti per quanto attiene allo svolgimento dei propri compiti istituzionali nelle materie di competenza del loro sistema, anche con specifico riguardo alle riserve valutarie: ce lo impongono l’articolo 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e l’articolo 7 dello statuto del Sistema europeo di Banche centrali (SEBC). Gli Stati devono, altresì, rispettare l’indipendenza finanziaria delle Banche centrali assicurando che essi abbiamo sufficienti risorse finanziarie per svolgere i propri compiti.
Gli Stati membri hanno deciso, infine, di vincolarsi al rispetto del divieto di finanziamento monetario: mi riferisco all’articolo 123 del Trattato. Esso impedisce alle Banche centrali nazionali, a tutela del perseguimento dell’obiettivo di stabilità dei prezzi e del mantenimento della disciplina fiscale, di erogare credito allo Stato e agli altri enti pubblici, incluso il finanziamento degli obblighi al settore pubblico nei confronti dei terzi. La Banca centrale europea ha precisato che il divieto comprende qualsiasi erogazione finanziaria, anche in assenza di un obbligo di restituzione, al fine di tenere conto della finalità ultima della norma. Per intenderci, un eventuale trasferimento non oneroso o comunque effettuato a prezzi inferiori a quelli di mercato di attività finanziarie dal bilancio della Banca d’Italia a quello dello Stato rientrerebbe pertanto in tale divieto.
Risulta quindi, dall’assetto normativo descritto, che la proprietà delle riserve auree nazionali è della Banca d’Italia, ente pubblico che svolge le funzioni di banca centrale della Repubblica Italiana: l’utilizzo della riserva aurea rientra tra le finalità istituzionali della banca a tutela del valore della moneta. Un intervento normativo volto a modificare gli assetti della proprietà aurea della Banca d’Italia, ancorché nell’ambito della discrezionalità politica del legislatore nazionale, andrebbe, quindi, valutato sul piano della compatibilità con i principi basilari che regolamentano l’ordinamento del Sistema europeo delle Banche centrali. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd’Az).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire in replica la senatrice Rauti, per due minuti.

RAUTI (FdI). Signor Presidente del Consiglio, rispetto il suo ruolo ma, per sincerità politica, debbo dire con molta chiarezza che il Gruppo Fratelli d’Italia non solo non è affatto soddisfatto della sua risposta, ma è anche preoccupato perché, purtroppo, lei non solo ha eluso la domanda di fondo, ovvero l’effettiva titolarità delle riserve auree, ma è andato oltre, dichiarando esplicitamente che le riserve sono di Banca d’Italia. Questo, oltre a non avere precedenti, è in contraddizione con quanto dichiarato da autorevoli esponenti della maggioranza del Governo che lei presiede.
Noi continuano a ribadire, invece, che sia necessario – e non da valutare – un intervento legislativo per correggere un difetto oggettivo e per colmare un vuoto normativo. Continuiamo a pensare, coerentemente, che l’oro appartenga agli italiani e che questo principio non vada enunciato, ma vada certificato, precisando l’aspetto giuridico della proprietà legale dell’oro. Questo anche perché non vogliamo che l’oro della Banca d’Italia venga usato per altri fini, ovvero – mi consenta – per tappare i buchi di finanze pubbliche o per evitare manovre correttive, insomma, per correggere disastrose politiche economiche.
Sull’utilizzo, poi, delle riserve auree, è evidente – lo sappiamo – che esistono dei paletti: il già citato Trattato dell’Unione europea, ma anche i paletti imposti dalla Banca centrale europea, cui si appella anche il direttore generale di Bankitalia in cerca di una risposta che non c’è e che non arriva.
Noi siamo convinti, invece, Presidente, che il rafforzamento del Paese passi anche attraverso la proprietà pubblica di Banca d’Italia, e per questo abbiamo presentato un disegno di legge sulla nazionalizzazione della Banca d’Italia e sul ritorno alla Banca d’Italia delle risorse auree in questo momento custodite all’estero.
Chiediamo inoltre, con forza, che si voti in questa Assemblea la nostra mozione sulle riserve auree, sperando di avere anche il sostegno di quelle forze che si dicono sovraniste ma che, poi, alla politica dei fatti, in realtà, non concretizzano il sovranismo né ne pongono le basi.
L’oro detenuto da Bankitalia, a nostro avviso, è degli italiani e dello Stato; tutto il resto – mi consenta – è una retorica sovranista, se poi ci si piega, nella logica delle cose concrete, ai poteri forti e alla grande finanza invece di difendere l’autonomia monetaria e l’oro, che è della Patria e che non è e non può essere ritenuto delle banche. (Applausi dal Gruppo FdI).

Resoconto stenografico della seduta 92 del 21 febbraio 2019
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