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AirPress – Sorelle d’armi contro l’Isis

Pagine-da-Airpress_113La pandemia ha attirato ogni attenzione su di sé ed è calato il sipario sulla comunicazione e sull’ informazione di un enorme flusso di accadimento; e così ci siamo “dimenticati” – ad esempio – della Libia, della Siria, e di altri scenari di conflitto e di post conflict. Questioni antiche e questioni nuove, luoghi vicini e lontani in cui le situazioni sono rimaste irrisolte o si sono aggravate mentre noi abbiamo sospeso la nostra attenzione e preoccupazione di prima.

Ci fa ripensare alla Siria, l’uscita del Film “Red Snake” – titolo originale “Soeurs d’armes” – della regista e giornalista francese Caroline Fourest che attraverso la storia di Zara – giovane yazidi rapita, come tante altre della sua comunità, e venduta come schiava sessuale ai militanti dell’Isis – racconta la guerriglia femminile della “Brigata Snake”, che è stata fondamentale per sconfiggere i combattenti di Daesh.

Il Film della Fourest è sulla guerra in Medio Oriente secondo un punto di vista femminile, sia della regista che delle protagoniste: Zara rapita e venduta, che riesce a liberarsi e si unisce alla Brigata Internazionale che combatte a fianco della resistenza curda; l’italiana Mother Sun (ruolo interpretato dall’attrice romana Maya Sansa) che sceglie la battaglia forse per cancellare uno stupro subito in gioventù; la giovane franco-algerina Kenza che ha perso sua sorella a causa dei jihadisti; Snipe, donna soldato che ha combattuto in Iraq; e la curda Lady Kurda.

Quello che colpisce è la potenza della storia dietro la trama ed i nomi di fantasia; la storia è quella delle donne combattenti, le “sorelle d’armi” anti-Daesh che sono state il terrore dei miliziani Isis che più della morte stessa temono la morte per mano di una donna, perché questo – nella loro convinzione e superstizione – li priverà del Paradiso.

E “sorelle d’armi” richiama alla memoria “Girls of the Sun” , presentato nel 2018 a Cannes, diretto da Eva Husson che racconta la storia di un gruppo di donne curde che sceglie di entrare in guerra – in genere un affare maschile ! – per la liberazione del Kurdistan. Nelle due realizzazioni cinematografiche, i fatti reali diventano fonte di ispirazione per raccontare storie di donne soldato; combattenti curde e altre, commilitone di diversa provenienza europea che si ritrovano a combattere con le milizie curde contro Daesh e l’integralismo islamico.

Questo sacrificio femminile nella lotta contro l’Isis è ancora poco indagato ed è più noto che davvero conosciuto e rappresenta un capitolo di storia ancora da scrivere; sia per gli aspetti corali e collettivi del contributo fondamentale fornito alla guerra sia per le storie individuali di donne diverse tra loro che hanno raggiunto volontariamente il fronte per votarsi ad una causa di libertà ed indipendenza di un popolo, una causa che non le riguardava direttamente e per la quale, in molte, sono state disposte a sacrificare la vita. Non si può ignorare che accanto alle combattenti curde si sono schierate altre donne straniere, per lo più di provenienza europea, che hanno partecipato alla resistenza curda ed altre che sono diventate miliziane anti- Daesh , hanno sfidato l’integralismo, rappresentando l’esatto “contrappunto” delle moglie-schiave dei combattenti radicalizzati, le mogli forzate dei miliziani del Califfato, comprate e costrette al matrimonio, madri indotte dei cosiddetti “figli dell’Isis, che talune oggi ripudiano.

Anche dall’altra parte della barricata esiste un drammatico e penoso protagonismo femminile; negli attacchi suicidi degli jihadisti sono state utilizzate le donne: le vedove, le mogli, le sorelle, le madri dei combattenti. Purtroppo sono stati utilizzati anche i bambini, imbottiti di tritolo e mandati a morire, telecomandati a distanza! E se Al- Quaeda non ha utilizzato le donne, l’Isis lo ha fatto e le ha impiegate anche in ruoli militari operativi e di combattimento.

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