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236ª Seduta Pubblica – Discussione congiunta dei Docc. XXIV, nn. 20 e 21

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rauti. Ne ha facoltà.

RAUTI (FdI). Signor Presidente, rinuncio al mio intervento e chiedo alla Presidenza di poterne consegnare il testo scritto.

PRESIDENTE. La Presidenza l’autorizza in tal senso.

Intervento della senatrice Rauti nella discussione congiunta dei Docc. XXIV, nn. 20 e 21

Intervento scritto

Desidero contestualizzare la discussione di oggi in particolare per i colleghi che non appartengono alle Commissioni 3a e 4a, ovvero esteri e difesa.

È stata infatti accolta la richiesta avanzata dalle opposizioni sull’opportunità di un ulteriore esame e confronto in discussione generale sui documenti relativi alle missioni internazionali approvate dopo ampio dibattito ed una modifica intervenuta in Commissione che ha consentito l’approvazione all’unanimità dei Documenti XXIV n. 21, relativo alle missioni internazionali in corso, e XXIV n. 20, relativo alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali; segnatamente la modifica è intervenuta sulla formulazione che esprimeva una valutazione positiva della politica estera del governo, giudizio non condivisibile dalle opposizioni.

Si è giunti all’approvazione della risoluzione delle Commissioni riunite dopo aver preso atto delle comunicazioni rese dai Ministri di competenza e dopo l’audizione tenuta presso le medesime Commissioni dal Capo di stato maggiore della difesa e dal comandante del Comando operativo di vertice interforze (COI).

Voglio precisare che per quanto riguarda il documento sulle missioni internazionali Fratelli d’Italia ha dato parere favorevole sia alla Camera che al Senato, perché mette al primo posto l’interesse nazionale ed il riconoscimento del valore delle Forze armate.

A differenza della maggioranza di Governo che si divide sulle missioni internazionali – come oggi nel voto in commissione difesa alla Camera – noi riconosciamo il valore dei nostri militari e non vorremmo vederli preda e vittime di pregiudizi ideologici e di un vago pacifismo.

Questa posizione ci appartiene storicamente perché abbiamo sempre sostenuto ed apprezzato l’operato delle donne e degli uomini delle nostre Forze armate impegnate nei teatri operativi e nelle missioni internazionali di pace, nonché nell’attività di cooperazione civile militare post conflict. Le forze armate per Fratelli d’Italia sono il nostro orgoglio e fanno apprezzare l’Italia in ogni scenario che le vede impegnate con i partner dell’alleanza e nelle missioni europee.

Il nostro Paese è tra i maggiori contributori alle missioni di pace e alle operazioni internazionali (con 8.613 unità di personale e 41 missioni) ed è proprio per mantenere questo primato che denunciamo perplessità di metodo e di merito perché riteniamo, infatti e ad esempio, che le missioni debbano comportare adeguati investimenti nei mezzi, nell’equipaggiamento, nei sistemi d’arma, nonché riteniamo che la nostra Nazione dovrebbe fare qualche sforzo in più per superare l’attuale 1,20 per cento del PIL per la difesa e avvicinarsi al famoso 2 per cento del PIL, non solo richiesto dalla NATO, ma senz’altro più adeguato per soddisfare le esigenze e gli impegni delle nostre Forze armate.

Nel merito degli aspetti prettamente militari – in seguito interverrò nel merito delle scelte di politica estera – ad esempio, non sono ancora chiare né le modalità né i tempi del ritiro più volte annunciato del contingente italiano impegnato nell’ovest dell’Afghanistan. Ora come data di ritiro si parla della prima metà del 2020, mentre nell’audizione alle Commissioni difesa di Camera e Senato in data 29 giugno si è annunciato il rientro dei nostri militari italiani per la seconda metà del 2021. Solo pochi giorni prima il Ministro della difesa aveva parlato di una sostanziale riconferma dei principali impegni già in atto nello scorso 2019 insieme all’avvio di alcune nuove missioni in aree geografiche di interesse strategico confermando quindi la partecipazione alle missioni in Iraq, Libano, Kosovo e – appunto – Afghanistan senza accennare al ritiro.

Per quanto riguarda le 5 nuove missioni internazionali in Europa, Asia, Africa con il potenziamento di dispositivi nazionali e della NATO, il Ministro della difesa ha precisato che la regione del “Mediterraneo allargato” – quella che Braudel avrebbe definito il continente liquido – diventa il fulcro principale dei nostri interessi e quindi il luogo nel quale sviluppare le azioni di mitigazione del rischio e di contenimento delle minacce insieme alle forze di coalizione dell’Unione europea e quelle alleate della NATO, ma è difficile crederci ed immaginare un protagonismo italiano nel processo di stabilizzazione dell’area mediterranea avendo l’Italia rinunciato ad avere un ruolo politico e diplomatico in Libia.

Nelle nuove missioni si considera anche l’operazione “Irini” che sostituisce la precedente “Sophia”, con l’obiettivo di contribuire alla pacificazione della Libia attraverso l’embargo sulle armi. Di dubbio valore strategico per gli interessi nazionali, non certamente per quanto concerne il suo impiego nello scenario libico, che è invece di prioritaria importanza per l’Italia, quanto per le lacune operative del dispositivo e delle regole d’ingaggio che non consentiranno di raggiungere lo scopo dichiarato dell’embargo delle armi che continuano ad arrivare, imbracciate dai combattenti, via mare ma anche via terra.

Tra le nuove missioni quella aeronavale di sorveglianza del golfo di Guynea con l’obiettivo della messa in sicurezza del tratto di mare che va dall’Angola al Senegal; e nuovissima ed enfatizzata la nostra adesione alla task force multinazionale “Takuba” – nata su iniziativa della Francia – nella quale i militari italiani avranno il compito di assistere e addestrare le forze locali, mentre sullo sfondo l’obiettivo della forza multinazionale di contrastare la minaccia terroristica nel Sahel dei jihadisti tuareg, ma il dubbio e la domanda riguardano proprio lo scarso interesse strategico per l’Italia e per la nostra sicurezza nazionale a fronte di uno sforzo militare ed economico impegnativo. La missione ha una previsione di spesa fino al 31 dicembre 2020 pari a quasi 16 milioni di euro e l’impiego di 200 militari, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. E non convince la tesi che vorrebbe recuperare l’assenza italiana in Libia sottolineando l’importanza della missione in Sahel “in chiave libica” per la – cito testualmente – “porosità del confine libico con la regione saheliana”.

L’impressione insomma è quella di aumentare il numero delle missioni e di ambire ad una maggiore proiezione internazionale senza che ci sia a presidio delle scelte una visione politica e strategica di insieme e di sistema dettata da un ruolo consapevole del Paese nello scenario geopolitico. Quello che manca infatti è l’adozione della cosiddetta “Grand Strategy” per usare un’espressione cara agli analisti di settore, nella quale lo strumento militare si intreccia e sostiene l’azione complessiva delle diplomazie di un Paese.

È questa la cifra negativa della politica estera dell’attuale Governo italiano che nel giro di pochi mesi è diventato amico della Cina, del Qatar e, lo sottolineiamo, della Turchia di Erdogan, arrivando a stringere accordi con la fratellanza musulmana – quella che rischia di dettare le condizioni del futuro equilibrio nel Mediterraneo – e rinunciando sostanzialmente ad esercitare un ruolo nello scenario libico. In quella Libia nella quale aumenta l’ingerenza e il protagonismo dei turchi e dove rischia di esplodere il conflitto per l’egemonia del Mediterraneo.

E se il Mediterraneo è diventato il centro della instabilità a causa delle politiche espansionistiche della Turchia e della Russia è evidente che è lì che si consolidano gli equilibri geopolitici che ora giocano a svantaggio dell’Italia. E questo è un grave vulnus della politica estera italiana che certamente non si risolve omaggiando la Turchia e magari promettendo di favorire il suo ingresso nell’Unione europea, mentre non sfuggirà a nessuno una politica estera turca sempre più aggressiva ed assertiva e non solo in Libia, dove la Turchia è diventata protagonista ed ha consolidato la sua forza presidiando i pozzi petroliferi e altri luoghi strategici

Complessivamente lo scenario geopolitico post Covid è contrassegnato da una maggiore instabilità e da un’impennata delle minacce della sicurezza internazionale nonché da una recrudescenza delle attività terroristiche dell’Isis e di al-Qaeda. Assistiamo inoltre al consolidarsi di una serie di bipolarismi pericolosi ed imperfetti in quadranti strategici e nei teatri proprio di maggiore interesse per l’Italia. La diffusione della pandemia ha prodotto un cortocircuito strategico con effetti destabilizzanti a medio e lungo termine e la politica estera italiana sembra non accorgersene. Spetta anche all’Italia nella sua qualità di Paese membro della NATO e dell’Unione Europea e per la sua posizione geografica strategica, giocare un ruolo attivo e consapevole nei processi di stabilizzazione, ed è proprio questa consapevolezza e responsabilità che la politica estera del Governo non riesce ad esprimere. Ed è grave perché – come insegna Seneca – “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

[Fonte: www.senato.it]

 

 

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