Percorso:

217ª Seduta Pubblica – Seguito della discussione di mozioni sulla parità di genere e il sostegno alle donne lavoratrici

Resoconto stenografico in corso di seduta

RAUTI (FdI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RAUTI (FdI). Signor Presidente, signor Ministro – vorrei dire rappresentanti del Governo, ma devo dire Ministro -, onorevoli colleghi, la parità di genere e sostegno alle donne lavoratrici è un tema perenne che torna di attualità e genera questa discussione intorno a due mozioni, perché – dobbiamo contestualizzare – ci sono criticità nuove, ovvero il lavoro femminile nella cosiddetta fase 2 e la creazione di organismi per la ripartenza in cui sono risultate sottorappresentate le donne. Due mozioni, una di maggioranza (in Aula con un testo 3 che sollecita ulteriori impegni al suo Governo) ed una della minoranza, a proposito della quale desidero ringraziare i colleghi di Forza Italia e della Lega per il lavoro fatto in comunità di intenti.

Entrambe le mozioni nascono da una paura comune, da un’esigenza profonda e dalla volontà di fronteggiare il rischio concreto della segregazione femminile. La minaccia quindi di un arretramento sociale e lavorativo delle donne, perché il lockdown e la fase 2, connessi alla mancanza cronica di un welfare adeguato, possono creare un corto circuito e riportarci indietro agli anni Cinquanta, ovvero gli uomini al lavoro e le donne a casa. Per scongiurare questo, Fratelli d’Italia ha proposto un programma articolato di interventi a sostegno delle famiglie, delle donne lavoratrici e per la riorganizzazione scolastica, con la ripresa dell’attività scolastica fino a luglio con classi sdoppiate per la scuola primaria e media inferiore; il potenziamento del bonus babysitter per la fascia zero-sei anni; l’allungamento dei congedi parentali retribuiti fino all’80 per cento ed altre misure.

Le conseguenze dell’emergenza derivante dal Covid-19 ricadono sulle famiglie e, con il ritorno al lavoro della fase 2 e le scuole chiuse, rimbalza la questione antica della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e la questione della condivisione del lavoro di cura. Ma si pongono anche questioni nuove, come ad esempio gli spostamenti, le modalità di telelavoro e di smart working, la riorganizzazione scolastica a cui ho accennato e la didattica a distanza per i nostri figli.

Sui nodi nuovi il Governo non ha dimostrato una visione politica. Ha previsto alcuni interventi di settore, direi di segmento, ma non ha offerto un piano di sistema, quindi una visione, in un Paese in cui l’occupazione femminile non raggiunge il 50 per cento ed è inferiore alla media europea, e in cui, anche in quei settori dove c’è una forte presenza lavorativa femminile, c’è un gap nelle posizioni apicali e di vertice, come c’è una differenziale retributivo salariale, a parità di lavoro svolto, nella parte accessoria della busta paga, quella dei benefit e degli straordinari. Ciò a dimostrazione che il mercato del lavoro non ha ancora assorbito le scelte libere di maternità e che non dovrebbero essere inconciliabili con gli impegni occupazionali.

Intanto l’Istat nell’ultimo rapporto Conciliazione tra lavoro e famiglia ribadisce che in Italia una donna su dieci non può lavorare per accudire figli; l’11 per cento delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato, per prendersene cura; e – cifra impressionante – il 27 per cento delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, peraltro sempre più raro (infatti viviamo in pieno autunno demografico).

È chiaro che non si chiedono al Governo soluzioni immediate a problemi antichi, ma si chiedono risposte a nuove emergenze e alle nuove povertà materiali e immateriali; si chiede anche di non creare, come invece ha fatto – e sembra che voi ve ne siete dimenticati -, nuove forme di disparità di genere. Mi riferisco agli organismi di cui parlerò.

Arrivo infatti all’altra vexata quaestio, quella inerente le task force, di cui noi contestiamo in modo prioritario sia il metodo che il merito e non siamo quindi animati da un rivendicazionismo quantistico da quota rosa. Nel metodo dobbiamo riscontrare il proliferare incontrollato e arbitrario di task force e commissioni tecniche imposte al Paese scavalcando anche il Parlamento, nonché la natura giuridicamente dubbia di queste task force, tanto che si è discusso addirittura su quali poteri dovessero avere. Nessuno sa esattamente ad oggi quanti siano tutti i componenti interessati, quali siano i criteri di scelta, quanto ci costano. Allora, se la struttura portante è di 450 unità ma si stima siano addirittura 1.000, noi diremmo di prevederne solo cento, di cui si conosce l’identità, uomini e donne competenti. Questo risolverebbe tanti problemi, altrimenti dovremmo istituire una task force che coordini le task force, tante ne avete fatte.

Nel merito vi invito a prestare attenzione a questo passaggio che non riguarda soltanto le donne. Nel merito, infatti, le task force hanno carenza di profili professionali importanti, per esempio pedagogisti, psicologi, esperti dell’apprendimento, esperti di logistica e trasporti (un settore strategico per la ripartenza). Inoltre è stato notato – e non è cosa da poco – il mancato coinvolgimento diretto del mondo dell’impresa. Allora per rimediare Colao ha sentito in una conference call (da Londra naturalmente) dieci dei maggiori rappresentanti delle imprese nazionali, per tre minuti a testa: tre minuti a testa per Fincantieri, Marelli, Ferretti, ArcelorMittal Italia, Pirelli e potrei continuare fino a dieci. Li ha consultati perché non sono nelle task force, seduti accanto ai revisori contabili, a commercialisti, a businessman.

Vi è poi il nodo che mi pare dimenticato, ma che invece all’inizio voi avete posto, della sottorappresentanza di genere, che peraltro ha scatenato una reazione corale nel Paese. Le scienziate per prime, le accademiche, le ricercatrici giustamente nel loro appello hanno scritto: in prima linea contro il Covid, ma assenti nelle task force. Poi c’è stata anche la reazione di imprenditrici, cittadine, della società civile, con la campagna social #datecivoce, la cui eco è arrivata addirittura alle Nazioni Unite, tanto che la BBC News ha titolato: coronavirus, le donne italiane chiedono inclusione e un ruolo maggiore. È un titolo degli anni Cinquanta.

Questa inclusione deve esser stata fatta ieri, perché è sotto questa pressione – lo sottolineo – che ieri il Presidente del Consiglio ha scoperto le competenze e i meriti dell’altra metà del cielo e ha aggiunto (quindi si aumenta il numero) 11 donne, cinque nella task force del Governo e sei nel comitato tecnico-scientifico. Immagino sia stato un duro colpo per Borrelli, che aveva dichiarato di non aver individuato donne con incarichi rilevanti, altrimenti le avremmo trovate nel comitato tecnico-scientifico. Un duro colpo per lui, ma anche un duro colpo a chi sostiene questa compagine di Governo e ha alle spalle una storia di rivendicazioni paritarie (mi ricordo del 50 e 50). Pertanto, passando da quel principio a questo del contagocce che stanno usando, comprendo il disagio e mi permetto di dire che non bastano le mozioni alle tante domande.

Noi eravamo infatti rimasti al concetto dell’equa rappresentanza di uomini e donne come principio costituzionale e all’equilibrio di genere non come una concessione tirando la giacchetta, ma come una questione di esercizio di democrazia e di efficacia dei sistemi democratici; viceversa si avrebbe un vulnus e un deficit di democrazia. Fate voi. La questione non è numerica, ma di merito (lo richiamo alla vostra attenzione), di competenze e anche, certo, di un punto di vista di genere, perché il nodo è che noi dobbiamo avviare la ripartenza del Paese e agire quindi in una forma di resilienza che comprende e supera la sopravvivenza e la semplice resistenza. La resilienza è una categoria della psicologia, è la capacità interiore di reazione positiva ad eventi traumatici o calamità naturali, e sempre negli scenari di ricostruzione, anche in quelli post-conflitto, c’è un protagonismo femminile nella ricostruzione. Allora la resilienza è donna, nessuna rivoluzione può essere fatta senza le donne – come richiamavano anche le futuriste – e c’è un obiettivo di fondo e strategico per la ripartenza. (Il microfono si disattiva automaticamente).

Non ho un minuto?

PRESIDENTE. Sì, prego, continui pure il suo intervento.

RAUTI (FdI). Salto alcuni passaggi, cari colleghi, e vi dico che qui non è soltanto una questione di donne: è molto di più e capirete il senso in cui lo dico, io che appartengo a un partito che ha un capo donna e credo che non abbiamo nessun onere della prova su questo.

Oggi, come coalizione di centrodestra, poniamo all’attenzione di quest’Assemblea e del Paese, in nome delle donne, una questione che riguarda le famiglie e il Paese, una questione per cui le donne certamente rischiano di pagare il costo esistenziale più alto.

Annuncio dunque il nostro voto convintamente favorevole sulla mozione che abbiamo presentato, mentre il nostro voto sarà contrario sulla mozione della maggioranza. Siamo allibiti ed è veramente una sorpresa che il Governo abbia rigettato la nostra mozione.

Sarà approvata dunque la mozione della maggioranza. Ma allora, colleghi della maggioranza, siate coerenti fino in fondo e con forza ricordate al Governo che ha dimenticato scienziate ed esperte. Adesso il Ministro ricordava che il 70 per cento del personale socio-sanitario è femminile: dovreste dirlo al vostro Governo, visto che nelle task force queste donne non ci sono.

Ricordate inoltre al Governo che la ricostruzione del Paese deve essere un progetto condiviso di donne e di uomini, di maggioranza e di opposizione, e che l’Italia del post-coronavirus non è un reality per annunci, ma carne viva e offesa. (Applausi).

[Fonte: www.senato.it]

DICHIARAZIONE DI VOTO RAUTI 13 MAGGIO 2020
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